10 domande a Umberto Martuscelli – autore del libro sui fratelli d’Inzeo

Umberto e Raimondo a Roma nello Stadio Flaminio in occasione del Campionato del Mondo del 1998 - Ph:Dirk Caremans

Ci sono voluti quattro anni di minuziose ricerche e lunghe interviste per pubblicare i due libri sui fratelli d’Inzeo: un libro narrativo e un libro fotografico che insieme ripercorrono la vita e le imprese agonistiche dei due campioni azzurri raccontando la loro storia di atleti, di cavalieri, di uomini, di figli e di padri.

  1. Perché quest’anno sotto l’albero ci dovrebbe essere il libro dei Fratelli d’Inzeo?

Perché due libri così – i libri sono due: quello narrativo e quello fotografico – in Italia non sono mai esistiti. Questo al di là della possibilità di valutarne il contenuto come ‘bello’ o ‘brutto’. Ma prima ancora di questa valutazione, resta il fatto che si tratta del racconto di una storia enorme che non è solo dei due fratelli, ma di tutto il nostro salto ostacoli dagli anni Trenta alla fine dei Sessanta. Ecco perché sotto l’albero di Natale degli amanti dello sport equestre questi due libri ci starebbero piuttosto bene…

La prima volta in cui Umberto Martuscelli ha visto i libri stampati: siamo in Grafiche Zanini ad Anzola nell’Emilia
  1. Com’è nata l’idea di scrivere un libro su di loro?

Personalmente sognavo da tempo di poter fare una cosa del genere. All’inizio degli anni Duemila ne avevo parlato anche con loro due: sia Piero sia Raimondo se ne erano dimostrati entusiasti. Ma poi non sono riuscito a trovare le risorse necessarie per poter dare vita a un progetto così complesso. Quindi l’idea è andata via via spegnendosi. E il tempo è passato. Poi il giorno successivo a quello del funerale di Raimondo, quindi il 19 novembre 2013, mi ha telefonato Vittorio Orlandi. Mi ha chiesto se me la sentivo di realizzare un libro che raccontasse la storia dei fratelli d’Inzeo. Gli ho detto che era il sogno della mia vita… Lui mi ha detto che voleva assolutamente che una cosa simile esistesse per i due fratelli, che lo riteneva un dovere dell’Italia nei loro confronti per quello che loro hanno rappresentato per il nostro Paese. Così ho elaborato un progetto che prevedeva la realizzazione di due volumi, uno narrativo e uno fotografico, e l’ho proposto a Vittorio Orlandi. Lui ha approvato tutto. E da quel momento non solo mi ha messo a disposizione tutte le risorse e i mezzi necessari per svolgere il lavoro, ma non ha mai interferito in nulla, mi ha dato la sua massima e incondizionata fiducia… Insomma: non avrei potuto disporre di condizioni migliori per fare un lavoro che comunque è stato lungo, difficile, complesso, faticoso. Ma stupendo.

  1. Quanto ci hai messo a scrivere la prima frase?

Oh… la prima frase non ricordo proprio! So che per raccogliere tutta la documentazione necessaria per entrambi i volumi e poi organizzarla io e Vittoria Smania, che ha lavorato con me dall’inizio alla fine, ci abbiamo messo tre anni. Poi un altro anno mi è stato necessario per la stesura finale del testo del volume narrativo. Però ricordo benissimo che il capitolo di apertura del libro narrativo mi è venuto in mente di colpo quando non stavo lavorando ancora al testo… Ma ho avuto l’idea, e l’ho immediatamente trasformata in pezzo scritto. Ben prima che cominciassi a scrivere il romanzo. Sono belle queste cose, che arrivano quando meno le si aspetta.

  1. Che cosa si prova a scrivere di due così grandi campioni?

Il senso di una grande, enorme responsabilità. Raccontare la vita delle persone è sempre una responsabilità gigantesca. Non si può scherzare o giocare con la vita degli esseri umani, men che meno con quella di chi purtroppo non c’è più.

  1. Quando li hai incontrati la prima volta?

Entrambi negli anni Settanta, quando io ero un ragazzino e loro già maturi. Anche solo vederli fermi e a piedi per me era un’emozione…

Raimondo e Piero D’inzeo
  1. Che tipo di rapporto avevi con loro?

Dei due il più complesso, difficile e complicato era Piero. Raimondo era più scanzonato e giocherellone, anche se capace di istanti di rabbia tremenda. Mentre invece Piero era glaciale nei momenti di contrarietà, e forse proprio per questo più difficilmente avvicinabile. Tuttavia è proprio con Piero che io ho avuto il rapporto personale emotivamente e direi anche sentimentalmente più intenso: lui con me è stato spesso duro, ma talvolta anche molto affettuoso, e io oltre all’ammirazione per il cavaliere ho provato per lui anche un affetto in certi momenti quasi filiale. Con Raimondo siamo andati meno a fondo nella nostra relazione: ma stargli vicino era sempre un piacere e spesso anche un gran divertimento! Detto ciò starli a guardare mentre montavano a cavallo era un’emozione indescrivibile: ma non parlo di gare e percorsi, dico proprio anche solo starli a guardare nel lavoro in campo prova, o a casa…

  1. L’aneddoto più particolare del libro?

Più che aneddoto direi un pezzo di storia. Accaduto durante quel tremendo 8 settembre 1943 che ha funestato l’Italia. Quel giorno Piero si trovava impegnato da allievo ufficiale dell’Accademia di Modena in un’esercitazione sull’Appennino modenese. Insieme ad altri ragazzi, cadetti come lui. All’annuncio del capo del governo Badoglio dell’avvenuto armistizio con le forze angloamericane, gli ufficiali che stavano guidando i cadetti in quell’esercitazione si danno alla fuga abbandonando i ragazzi al loro destino e al rischio di essere catturati e passati per le armi dai tedeschi. E Piero, con alcuni altri suoi compagni, torna a Roma a piedi: più di quattrocento chilometri… Dovendosi nascondere, ovviamente. E senza che i suoi familiari sapessero più nulla di lui. Ho scritto quel capitolo dovendomi fermare più volte per asciugarmi le lacrime dagli occhi…

  1. Hai intervistato tantissime persone durante le tue ricerche, che cosa ne è scaturito? Che opinione avevano di loro?

I fratelli d’Inzeo sono stati personaggi ingombranti e talvolta anche scomodi. Non tutti li hanno amati incondizionatamente, soprattutto nel caso di Piero. Questa è realtà storica, inutile nasconderlo. Eppure di fronte alla prospettiva della realizzazione di questi libri tutti, ma proprio tutti coloro ai quali ci siamo rivolti – e parliamo di decine e decine di persone – hanno immediatamente abbracciato l’idea, aprendoci non solo la porta delle loro case, ma anche mettendoci a disposizione archivi privati, raccolte, album fotografici, documenti, oggetti, memorie personali. Tutti sono stati felici di poter parlare di Piero e Raimondo, dimostrando di comprendere ovviamente molto bene che la grandezza del fenomeno rappresentato dai due fratelli va ben al di là di qualunque dissapore o perfino conflitto.

  1. Perché i fratelli sono diventati una leggenda?

La risposta più semplice è perché hanno vinto tanto. Ma sarebbe vera solo in parte. Lo sono perché hanno vinto tanto in un momento in cui esisteva un disperato bisogno di eroi positivi, di simboli belli e utili per poter rappresentare un’Italia diversa da quella che usciva disastrata da un ventennio di dittatura nera e violenta e infine catastrofica. In più i loro risultati sono stati davvero straordinari: durante gli anni Cinquanta non hanno praticamente avuto rivali… Poi una storia personale stupenda: due fratelli, due campioni, insieme sul podio delle Olimpiadi di Roma 1960, la loro città, in quella Piazza di Siena che era praticamente casa loro… Insomma, una favola straordinaria.

  1. Che cosa rappresentano i d’Inzeo oggi?

Diciamo piuttosto cosa dovrebbero rappresentare… In realtà se consideriamo la dimensione del loro successo sportivo, non possiamo non stupirci di quanto poco siano conosciuti tra le giovani generazioni di cavalieri. C’è anche una ragione diciamo storico/sociale. Subito dopo la fine dell’era che potremmo definire d’Inzeo/Mancinelli l’Italia ha vissuto un lunghissimo momento molto buio, agonisticamente parlando: e durante il quale immancabilmente veniva tirato in ballo il confronto con i trionfi di quel recente passato. I fratelli stessi hanno talvolta esibito un atteggiamento molto critico nei confronti dei cavalieri e dei sistemi sportivi e organizzativi che si sono avvicendati dopo il loro ritiro dallo sport attivo. Tutto questo li ha resi poco gradevoli agli occhi di una certa parte dell’opinione pubblica contemporanea, fino quasi al punto di rimuovere dalla coscienza collettiva quel lungo periodo caratterizzato dai loro trionfi derubricandolo a ‘passato’, qualcosa di finito, appartenente a un periodo chiuso e morto e sepolto. Senza più renderlo attivo sul presente. Un errore clamoroso, ovviamente. Ma a un certo punto i fratelli d’Inzeo sono diventati quasi terreno di scontro tra due fazioni: quella dei vecchi nostalgici per i quali oggi è tutto sbagliato mentre ieri era tutto giusto, e quella dei giovani insofferenti al peso del successo di quei due campioni per i quali ieri non esiste più e oggi è tutto molto più difficile quindi inutile fare confronti. Due visioni estremistiche e quindi di per sé stesse sbagliate. Paradossalmente oggi che l’equitazione azzurra sta tornando ad affermarsi ad altissimo livello potrebbe essere più facile riprendere a… maneggiare i fratelli d’Inzeo con maggiore equilibrio, serenità d’animo e vedute. Perché il peso del confronto potrebbe non essere più così schiacciante e imbarazzante. In realtà Piero e Raimondo rappresentano un valore talmente gigantesco per lo sport italiano che tutti, dai più giovani ai più anziani, dovrebbero sentirsi orgogliosi di ‘possederli’ come parte della propria vita di donne e uomini di cavalli. Se si sa da dove si proviene, aumenta la sicurezza nel procedere verso l’obiettivo che ci sta davanti…

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